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Sul tema delle elezioni italiane 2022 e dell’impatto sulla tenuta del Sistema Italia, la cui cartina di tornasole è l’andamento dello spread Btp Bund tedeschi, sentiamo il parere autorevole di Maurizio Rossi, formazione matematica, alle spalle una lunga carriera nella finanza, gestore di portafogli per vent’anni in primari istituti internazionali.

A firma di: Maurizio Rossi

ELEZIONI ITALIANE 2022 E SPREAD BTP-BUND

Avvicinandoci alle elezioni del prossimo 25 settembre penso possa essere utile fare un po’ il punto su quello che è successo nella legislatura che si sta chiudendo, partendo dalle considerazioni che feci nel maggio del 2018, che sono per lo più ancora valide oggi, giacché le promesse elettorali dei partiti sono più o meno le stesse.

Il mio scopo principale è sempre quello di valutare quale potrebbe essere l’effetto delle politiche economiche proposte dai vari partiti su titoli di stato, obbligazioni ed azioni italiane per decidere se sono un investimento interessante o meno.

Per cominciare l’analisi ricordo come l’andamento dello spread tra BTP italiano e Bund tedesco a 10 anni sia un ottimo indicatore di come il mondo finanziario valuti la situazione economico -finanziaria dell’Italia e le sue prospettive.

Andamento spread BTP-Bund a 10 anni

ELEZIONI ITALIANE 2022 E SPREAD BTP-BUND

 

Il picco più alto che vedete nel grafico è quello raggiunto nel secondo semestre del 2011, quando crollò l’ultimo governo di centro – destra, presieduto da Berlusconi; in quel momento il BTP decennale rendeva oltre il 5,5% in più dell’omologo tedesco, ed il nostro paese fu davvero vicino a dover dichiarare una qualche forma di default sul debito pubblico.

Nell’estate del 2012 Draghi, allora presidente della Banca Centrale Europea, iniziò il programma di acquisto di titoli di stato dei paesi dell’area euro da parte della BCE e lo spread si ridusse negli anni seguenti fino ad arrivare intorno all’1%. Il secondo picco che vediamo sul grafico, ad un livello intorno al 3%, si verificò dopo le elezioni del marzo 2018 e durò per tutto l’anno di vita del governo Movimento 5Stelle – Lega.

Dopo la sua caduta, provocata da Salvini nell’agosto 2019, lo spread si ridusse di nuovo intorno all’1,5%, per risalire brevemente nel marzo del 2020, quando esplose il Covid 19, e ridursi poi nuovamente, soprattutto da quando entrò in carica il governo Draghi.

Da gennaio 2022, quando sono cominciate le fibrillazioni tra i partiti per l’elezione del presidente della Repubblica e la guerra in Ucraina, lo spread ha ripreso a salire e bisognerà che chiunque verrà chiamato a presiedere il prossimo governo faccia molta attenzione a quello che dichiara pubblicamente ed alle scelte fiscali e di politica economica che vorrà proporre.

Per spiegare perché la situazione economico-finanziaria dell’Italia sia molto delicata, riprendo alcuni dati fondamentali presentati nella mia newsletter del maggio 2018, non prima di aver sottolineato che un paese può decidere democraticamente di fare qualunque cosa purché abbia i soldi per finanziarsi, altrimenti  è obbligato ad ascoltare il parere dei suoi creditori.

L’Italia, che ci piaccia o no sentircelo dire, è un paese finanziariamente debole.

Il dato più importante da prendere in considerazione è l’andamento del deficit pubblico (in % del PIL), cioè quanto ogni anno lo stato italiano spende in più rispetto a quanto incassa con le varie forme di tassazione esistenti.

ELEZIONI ITALIANE 2022 E SPREAD BTP-BUND

Il nostro paese, a causa di un debito pubblico molto elevato (attualmente è pari a circa il 150% del PIL), deve muoversi con molta cautela quando intende aumentare la spesa pubblica.

Nella precedente legislatura la tensione sullo spread che caratterizzò l’anno del governo Lega – M5S fu imputabile principalmente ai programmi di spesa che i due partiti propugnavano, segnatamente Flat tax e Quota 100 per la Lega e Reddito di cittadinanza per i 5 Stelle.

La tensione sui titoli di Stato italiani si ridusse un po’ quando si vide che sia Quota 100 che il Reddito di cittadinanza erano stati molto ridimensionati rispetto alle promesse iniziali.

Il deficit italiano è poi esploso, assieme a quello di tutti gli altri paesi, nel 2020, a causa delle misure governative di sostegno a cittadini ed imprese per contrastare gli effetti economici del Covid 19.

Tutti i ristori, i vari bonus e la Cassa Integrazione vennero realizzati in deficit, aumentando cioè il debito pubblico.  Nel 2021, grazie alla ripresa dell’attività economica, il disavanzo si è ridotto al 7% del PIL circa e quest’anno, nonostante tutti i decreti aiuti approvati dal governo Draghi per mitigare gli effetti della crisi energetica, dovrebbe calare ancora. Quando i politici richiedono “scostamenti di bilancio” in pratica chiedono di aumentare il deficit rispetto a quanto previsto dalla legge di bilancio approvata dal Parlamento a fine 2021.

Come detto in precedenza, un alto deficit pubblico in linea generale fa aumentare il livello del debito, che nel caso dell’Italia è aumentato di oltre 20 punti percentuali dal 2018 ad oggi.

Vi chiederete come mai l’Italia sia riuscita a finanziare un deficit pubblico del 10% nel 2020 senza che la cosa creasse tensioni sui titoli di Stato. La risposta è semplice: la Banca Centrale Europea ha comprato una quantità enorme di titoli di Stato italiani, per aiutarci durante la crisi del Covid ed è anche stato approvato in sede europea il famoso programma Next Generation EU (il cosiddetto PNRR) che fornirà all’Italia circa 200 mld di euro tra contributi a fondo perduto e prestiti a tasso zero.

Ora il programma di acquisti straordinario della BCE è terminato il 30 giugno ed in futuro non potremo certo sperare che essa riprenda a comprare il nostro debito pubblico per finanziare una riforma delle pensioni o enormi riduzioni di imposte (leggi flat tax al 15% per la totalità dei contribuenti).

ELEZIONI ITALIANE 2022 E SPREAD BTP-BUND

Riassumendo, la situazione dei conti pubblici italiani, causa Covid e crisi energetica indotta dalla guerra in Ucraina, è peggiore del 2018, eppure le promesse di spesa pubblica della maggior parte dei partiti sono più o meno le stesse di 4 anni fa.

Questo fa sicuramente preoccupare gli investitori esteri ed è notizia di qualche giorno fa che le posizioni ribassiste sul debito pubblico italiano sono salite ai massimi da 15 anni a questa parte.

Secondo il mio modesto parere questi numeri di finanza pubblica dimostrano che non vi sono molte alternative alla strada che aveva intrapreso il governo Draghi e che è stata purtroppo interrotta prima della scadenza naturale; servono riforme per migliorare l’efficienza dello Stato, il livello di concorrenza, la creazione di un capitale umano in linea almeno con la media europea, riforme che sono necessarie anche per ottenere i finanziamenti del PNRR.

Gli investitori stranieri hanno già ampiamente fatto capire che non sono disposti a finanziare ingenti deficit di bilancio realizzati per tagliare le tasse, aumentare le pensioni o ridurre l’età del pensionamento (vedasi articolo allegato).

Se gli italiani vorranno che vengano realizzate queste politiche dovranno finanziarsele da soli, cosa peraltro teoricamente non impossibile, visto che la ricchezza mobiliare italiana (esclusi quindi gli immobili) ammonta a circa 5 mila mld di euro.

Se i cittadini italiani fossero disponibili a sottoscrivere diciamo 300 mld di euro di un prestito al nostro stato della durata di 50 anni al tasso del 2%, magari garantito dal sempre evocato patrimonio immobiliare pubblico, allora i programmi economici della coalizione di Centro Destra sarebbero davvero realizzabili, e potremmo finalmente sperimentare sul campo se possano davvero funzionare.

Sono, peraltro, molto scettico sull’accoglienza che avrebbe una siffatta proposta di “prestito patriottico” presso il pubblico dei risparmiatori italiani, alla luce dei comportamenti che ho visto durante la crisi del 2011.

A mio modesto avviso, la riduzione delle tasse può essere perseguita solo con prudenza, cercando di rendere il fisco più semplice e più equo, mentre i voli pindarici e le fughe in avanti sono molto pericolosi, anche se vengono solo annunciati e mai realizzati.

Stante la difficile congiuntura internazionale, i saldi del bilancio pubblico italiano, i programmi annunciati dai partiti ed i sondaggi sulle intenzioni di voto, le mie conclusioni riguardo agli investimenti in titoli italiani non possono perciò essere molto diverse da quelle di quattro anni fa.

Sia i titoli di Stato che le azioni ed obbligazioni italiane possono essere molto vulnerabili, oltre che a shock esogeni, a dichiarazioni e decisioni dei nostri politici e la prossima legge di Bilancio sarà già un banco di prova molto importante.

Per l’Italia è imperativo categorico non incrinare la fiducia che gli altri paesi europei hanno mostrato negli ultimi anni verso di noi, perché non siamo finanziariamente autonomi ed abbiamo bisogno del loro sostegno.

Per il momento ritengo perciò più corretto e prudente mantenere i portafogli molto scarichi di titoli italiani benché possano sembrare abbastanza convenienti. Vedremo cosa succederà nelle settimane successive alle elezioni e poi valuteremo se cambiare strategia.

P.S.  Spero di non avervi annoiato troppo con tutte le cifre esposte in questo pezzo, ma ho una formazione matematica e mi piace usare numeri e grafici perché non mentono mai, mentre le persone, soprattutto quelle di potere, lo fanno spesso.

Per chi volesse approfondire, può raggiungermi sulla mia e-mail e consiglio le seguenti letture:

  • La trilogia di Carlo Cottarelli: “La lista della spesa” (sulla spesa pubblica), “Il macigno” (sul debito pubblico) e “I 7 peccati capitali dell’economia italiana” tutti editi da Feltrinelli.
  • Per un approfondimento sociologico “La società signorile di massa” di Luca Ricolfi, edito da La nave di Teseo
  • Per un approfondimento sovranista potete consultare le slides del piano B per l’Italia, scritte dai Prof. Savona e Rinaldi, dove delineano il piano di uscita dell’Italia dall’euro.

Maurizio Rossi

Il Team di Gwam

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